


Dovessi dare un nome all'indolenzimento che mi rallenta i movimenti... lo chiamerei " postumo di sana fatica alla ricerca dell'uomo". La camminata di 4, forse 5, ore, che ieri mi ha portato con un pugno di amici a calpestare l'Appennino dell'Alta val Borbera, in fondo si è tradotta proprio in questo.
Nei borghi abbandonati di Ferrazza, Casoni e Redeuzzi, le case di pietra cadenti, lasciate a se stesse, alla fitta vegetazione e allo scorrere del tempo, sembrano custodire voci e vite arcaiche, come fossero state vittime di un incantesimo, dello stesso sortilegio di fata rabbiosa sul regno della bella addormentata. Un piccolo cimitero (il più piccolo d'Italia), svela tra erbe e rovi, lapidi in pietra, strazianti croci, che genitori "dolenti" ponevano a memoria, con date brevissime, un lasso di tempo minuscolo, a raccontare di un'epoca in cui si moriva bambini, ancorché giovani uomini e giovani donne.
Ma la ricerca dell'uomo è stata anche nell'osservare i compagni di viaggio, ognuno a misurare le proprie forze, o la sveltezza di Fabrizio (guida) che, con qualità di felino, saltava da un rudere a un tronco, anticipando la comitiva per verificare la sicurezza di un improbabile tracciato ormai inesistente.
L'uomo di oggi, lo stesso di sempre che l'asperità della montagna avvicina, l'ho ritrovato intorno ad un tavolo improvvisato, di legni e chiodi, nella frescura del sottobosco che, nello scroscio del limpido Rio Campassi, non smetteva di raccontare il movimento di ruote di mulini, ora silenti ma un tempo in continua attività, come la fatica di uomini e muli.
Intorno a quel desco, tutt'altro che umile, l'uomo di oggi, con fare di ieri, ha affettato salame di Varzi e Molana del Brallo, bevuto Rosso Oltrepò e Malvasia, parlato e commentato.
Ripreso il cammino in salita, verso la frazione di Campassi, sudando e faticando più di prima, nessuno avrebbe immaginato che il meglio aveva ancora da venire.
In prossimità delle prime case, una bellissima cagna si è autoeletta capogruppo: impossibile non seguirla. La meta, per noi obbligata, era la casa delle sue proprietarie che, stupite di vedere passare qualcuno, ci hanno invitato ad entrare ed hanno messo la caffettiera sul gas.
C'era chi si è seduto sul divano, chi sulle seggiole, Giovanni sul pavimento, io su un'invitante poltrona a dondolo... Come ospiti usuali in una casa mai vista ma da sempre "nelle nostre corde".
Questa è l'Italia dello stupore, dicevo a Pietro sul sentiero del ritorno. Questa è l'Italia misteriosa dell'immaginario del viaggiatori del Settecento. Questa è l'Italia che, da nord a sud, non conosce latitudini. Questo è l'uomo, cercato inconsapevolmente e, con molto sudore e molta produzione di acido lattico, è stato ritrovato... là dove non c'è più.
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