

Una mostra tutta da vedere (resterà aperta fino al 3 ottobre al castello visconteo di Pavia) che, attraverso le immagini di tre fotografi storici della Provincia, scandaglia una realtà scontata ma solo da pochi conosciuta davvero. I tre occhi (obiettivi) sono quelli di Davide Cicala, di Gaspare Bergonzoli e di Guglielmo Chiolini, chiamati a immortalare la realtà del manicomio provinciale con finalità diverse che sapientemente rispettano, rendendoci una completa visione d’insieme, un caleidoscopio di sensazioni e, perché no, di emozioni, difficili da trattenere.
Quella città “altra”, ora quasi in centro, ma allora all’estrema periferia della “città dei normali”, racconta, tuttavia, la società, il suo evolversi (o involversi). Un segmento di percorso parallelo nella considerazione dell’uomo, nella conoscenza dei risvolti dell’anima e della mente, nei misteri dei non limiti, nella paura del diverso e della rottura degli equilibri.
Il manicomio provinciale di Voghera, aperto nel 1876 e attivo fino all’entrata in vigore dalla legge Basaglia, partito con l’internamento di 89 malati maschi e arrivato ad ospitarne diverse centinaia, era considerato all’avanguardia, uno dei più “prestigiosi” della penisola. In effetti, dietro la sua costruzione e costituzione, c’era la volontà di Cesare Lombroso, il famoso neurologo che aveva applicato le sue teorie fisiognomiche e i suoi metodi terapeutici inediti sui malati dell’ospedale San Matteo in Pavia, lamentando l’assenza di una struttura specifica.
La mostra, dunque, così composita, rappresenta i vari aspetti del manicomio, dalla struttura (bell’esempio di architettura ottocentesca), studiata con cortili e giardinetti interni atti ad ospitare i malati, alle crude immagini (a firma studio fotografico Cicala), professionali, di piccolo formato, destinate ad essere allegate alle cartelle cliniche, eseguite alla fine degli anni ’70 per una sorta di campionatura dei maschi ricoverati, all’occhio più sensibile e indagatore di Bergonzoli, agli ambienti, interni ed esterni, ritratti con distacco dall’occhio nitido di Chiolini.
E’ proprio Gaspare Bergonzoli, nipote del primo vicedirettore del manicomio, e successivamente anch’egli direttore, esperto fotografo, membro del Circolo fotografico lombardo, a restituirci l’indagine più “umana” e struggente dei degenti. Un’attenta ricerca estetica ed espressiva, la vicinanza, lo portano ad indagare volti e atteggiamenti di un’umanità diversa, dolorosa, misteriosa. Accanto agli intensi ritratti, anche immagini di rappresentazioni teatrali che il manicomio organizzava in occasione delle feste. Bagliori di “normalità” colti con lo struggimento di chi cerca di sondare l’insondabile.La presentazione è stata arricchita dalla partecipata interpretazione di Bruno Cerutti del monologo “Visita guidata al mondo capovolto” di Antonio Albanese e Francesco Freyre: ovvero come l’arte, con i suoi molteplici linguaggi ricompone il quadro delle verità assolute.
Quella città “altra”, ora quasi in centro, ma allora all’estrema periferia della “città dei normali”, racconta, tuttavia, la società, il suo evolversi (o involversi). Un segmento di percorso parallelo nella considerazione dell’uomo, nella conoscenza dei risvolti dell’anima e della mente, nei misteri dei non limiti, nella paura del diverso e della rottura degli equilibri.
Il manicomio provinciale di Voghera, aperto nel 1876 e attivo fino all’entrata in vigore dalla legge Basaglia, partito con l’internamento di 89 malati maschi e arrivato ad ospitarne diverse centinaia, era considerato all’avanguardia, uno dei più “prestigiosi” della penisola. In effetti, dietro la sua costruzione e costituzione, c’era la volontà di Cesare Lombroso, il famoso neurologo che aveva applicato le sue teorie fisiognomiche e i suoi metodi terapeutici inediti sui malati dell’ospedale San Matteo in Pavia, lamentando l’assenza di una struttura specifica.
La mostra, dunque, così composita, rappresenta i vari aspetti del manicomio, dalla struttura (bell’esempio di architettura ottocentesca), studiata con cortili e giardinetti interni atti ad ospitare i malati, alle crude immagini (a firma studio fotografico Cicala), professionali, di piccolo formato, destinate ad essere allegate alle cartelle cliniche, eseguite alla fine degli anni ’70 per una sorta di campionatura dei maschi ricoverati, all’occhio più sensibile e indagatore di Bergonzoli, agli ambienti, interni ed esterni, ritratti con distacco dall’occhio nitido di Chiolini.
E’ proprio Gaspare Bergonzoli, nipote del primo vicedirettore del manicomio, e successivamente anch’egli direttore, esperto fotografo, membro del Circolo fotografico lombardo, a restituirci l’indagine più “umana” e struggente dei degenti. Un’attenta ricerca estetica ed espressiva, la vicinanza, lo portano ad indagare volti e atteggiamenti di un’umanità diversa, dolorosa, misteriosa. Accanto agli intensi ritratti, anche immagini di rappresentazioni teatrali che il manicomio organizzava in occasione delle feste. Bagliori di “normalità” colti con lo struggimento di chi cerca di sondare l’insondabile.La presentazione è stata arricchita dalla partecipata interpretazione di Bruno Cerutti del monologo “Visita guidata al mondo capovolto” di Antonio Albanese e Francesco Freyre: ovvero come l’arte, con i suoi molteplici linguaggi ricompone il quadro delle verità assolute.
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