sabato 2 ottobre 2010

Storia minima senza foto

Il giallino, emblema di una stagione, di un territorio, di una tradizione, rischia di divenire emblema di un commercio malato. “Ma è un dolce dei giorni dei morti”, interveniva una signora che, nell’ennesima panetteria, aveva assistito alla mia invettiva. Forse era stato così, un tempo, quando simboli e avvenimenti combaciavano. Oggi, ve ne sarete accorti da anni ormai, il panettone entra nei supermercati a ottobre e ne esce a marzo. Si può ancora affermare che è il dolce di Natale? Il giallino gode di meno diffusione ma compare nelle panetterie a settembre per uscirne forse a dicembre. E’ divenuto, dunque, il dolce dell’autunno, delle prime nebbioline mattutine, ricordo delle cucine povere dove, con un po’ di farina di mais, zucchero e burro, s’imbastiva qualcosa di buono, a forma di sole, per i bambini e anche per i meno piccoli. Con tutto il carico affettivo che, il preparare una buona torta, ma anche una buona minestra o un buon arrosto, porta insito in sé.
Succede, alle donne lavoratrici fuori casa, che il momento della tenerezza per gli altri, del pensiero, della dedizione, si sia trasferito dalla propria cucina alla panetteria sulla strada di casa. Succede, e lo sapete bene, che l’occhio cada su un biscotto, una pizzetta, divenuti, per effetto del sentimento improvviso, non solo biscotto o pizzetta ma oggetto d’amore, di scuse per non esserci a impastare e cuocere in forno, oggetto-coccola.
Dunque, caduto l’occhio sui primi giallini, superata in un momento fulmineo la sequenza stupore-tenerezza-dedizione-commozione, comprati tre giallini tre per gli uomini di casa, pagato il conto, mi accorgevo che, il mio momento di debolezza affettiva, era costato alle casse familiari, già duramente provate, ben un euro a testa. Cosa sarà mai un euro per un gesto d’amore? Cosa sarà mai un poco di farina di mais, impastata con zucchero e burro, per costate ben duemila lire? Il disappunto era inevitabile e mi ripromettevo che mai più mi sarei fidata di prezzi non esposti. Nella panetteria del giorno dopo (una campagna pubblicitaria “invita” a tenere “in vita” il piccolo commercio al dettaglio), non fu più lo stupore-tenerezza a far cadere l’occhio sui giallini ma la più pragmatica delle curiosità. Ebbene, qui il prezzo era esposto e, udite, udite, recitava un bel uno virgola quaranta. “Ma sono duemilaottocento lire!”, ho sbottato verso le povere, indifese commesse. “Ecco, sì, lo dica al nostro capo” “No, io non dico un bel niente a nessuno, mi limito a lasciarli lì e se tutti facessero come me, quando saranno stati buttati chili di giallini induriti e intristiti come soli spenti, qualcosa cambierà” “Lei non sa, è evidente, che se non vendiamo i giallini, a nessuno viene in mente che sia per il prezzo troppo alto, semmai ci colpevolizzano perché noi non sappiamo proporli ai clienti nella giusta maniera”.
Basta, i miei occhi hanno visto troppo, troppo alto s’intende, e anche le mie orecchie hanno ascoltato troppo
.

1 commenti:

  1. Giustissimo. Lasciare. Non alimentare. Non prestarsi a. Invece lasciare. Imparare a ritirarsi come gesto morale. Come non accettazione. Come affermazione.

    "IMPARARE A DIVENTARE POVERI ASSIEME. Poveri rispetto al possesso, alla disponibilità, di cose spesso inessenziali ma per le quali ci si danna e ci si vende, si tradisce se stessi e si fa commercio della verità. E diventare così inevitabilmente più ricchi in condivisione, socialità, sapere, gratitudine. In capacità di gioire con gli altri. Come ha scritto qualcuno "Non basta sapere dire di no. Occorre fare di no..."


    Poveri anche nel consumo di idee, quasi sempre imposteci. Poveri nel rivendicare e praticare l'etimologia della parola gratis, "di pura grazia". Poveri nel capire la bellezza del "Pane di ieri" che insegna Enzo Bianchi.

    Poveri nel capire che: "Semina e raccolta, difesa e cura, questa la scuola dell'obbligo fondamenta di vita" di cui parla Lindo Ferretti in "Reduce".

    RispondiElimina