![]() |
| Ortensie sul mio terrazzo |
Sulla sessantina, molto malconcio sulle gambe, zoppicava ansimando sull’acciottolato di piazza duomo. Non ho potuto fare a meno di girarmi più volte, al sentire tonfi che facevano pensare ad una rovinosa caduta. Invece no, l’uomo non cadeva. Il piede trascinato a fatica, sbatteva contro un sasso, contro lo scalino del sagrato, semplicemente per terra, emettendo rumori inquietanti. Ogni volta un sussulto.
Certo, se avesse avuto le mani libere, avrebbe creato meno ansia, avrebbe ispirato una maggiore stabilità. Ma tant’è, l’uomo, sotto il caldo sole del mezzogiorno, trascinando il piede che sembra non appartenergli più, e trascinando se stesso, portava un ingombro che gli occupava entrambe le mani e le braccia.
Stavo per soccorrerlo, quando l’oggetto di tanta fatica mi ha indotto al non intervento, ad una rispettosa, stupita, lontananza.
Ora, se fossero stati sacchetti della spesa, è chiaro, mi sarei precipitata in un accorato “posso aiutarla”, ma era un enorme mazzo di fiori. Iris bianchi dal lungo gambo, sbucavano dall’involucro del fiorista, suscitando uno stupore che manco avessi visto un alieno. Per un altare? Una tomba? Per una donna? Un compleanno? Qualsiasi fosse la destinazione, non poteva giustificare tale fatica. Perché il sacchetto di pomodori e di pesche, lo capisci, rientra nella sfera delle cose indispensabili, utili alla sopravvivenza, un mazzo di fiori no.
Un mazzo di fiori ha spiccato il salto di qualità, appartiene alle voluttà, alla bellezza. Non potrà mai essere una questione di vita o di morte, di sopravvivenza, benché se ne vedano molti ai funerali e al cimitero. La sopravvivenza a cui si riferisce, è quella della mente, della propria autonomia. Ed ecco perché, nonostante i sussulti e gli spaventi, non sono intervenuta. “Scusi, le serve aiuto?” non è da dirsi a chi porta un mazzo di fiori, a chi porta bottiglie d’acqua si. Non è scritto in nessun galateo, suppongo, se non nei geni della nostra umanità. Infatti, d’istinto, ho represso lo slancio al soccorso esercitando la più difficile delle arti: quella di stare a guardare, fingendo persino di non avere visto.
Chi porta un mazzo di fiori, pensa di potercela fare, non sarò io a disilluderlo con un intervento fuori luogo e forse offensivo.
Intanto, continuando sotto il sole, mi chiedevo dove li avesse comprati, l’involucro non era di quelli casalinghi nei quali si avvolgono i fiori dell’orto. E passavo in rassegna i negozi di fiori che costellavano il centro storico e che uno dopo l’altro, hanno abbassato la saracinesca, lasciando il posto al nulla o ad articoli più prosaici. Il benessere di una città non si misura dal numero delle gioiellerie e delle banche (Voghera sarebbe una piccola Svizzera, dunque!) ma dal numero di negozi di fiori. Troppo facile fare i conti con articoli che, se non venduti, tornano a luccicare nelle vetrine il giorno dopo, uguali a se stessi, diverso è per i fiori.
E anche il benessere psicologico delle persone si misura dalla capacità di trasportare un mazzo di fiori. Qualunque sia la destinazione, il senso del gesto, di fede o d’amore, attinge a sfere altre, ad aree intoccabili dal malessere fisico, dalla povertà, dalla confusione.

Bello-bello-bello,
RispondiEliminaun pò come: est-est-est.