Nella Valle del Coppa, stupisce il graduale cambiamento del paesaggio che, da boschivo che era, sta diventando sempre più vitato. Come dire addomesticare la natura incolta, come dire allargare le periferie delle città per rispondere ad una funzionalità sempre più incalzante. Nulla da eccepire. Anzi, il verde cupo regalato alle nostre colline dalle abbondanti piogge primaverili, pare essere più ordinato, tirato a lucido, suddiviso in geometrici filari che, in alcuni punti, stupiscono per il grado di pendenza. E si gioca a indovinare. Sarà 80%, 90%? E’ vero che le nuove vigne impiantate sono sempre più “a rittochino” e che, presumibilmente, sia più facile lavorarle con i mezzi meccanici, ma alcune sono quasi perpendicolari… E così, di commento in commento, si gode della bella stagione, si nota la miriade di B&B sorta lungo la strada, le aziende agricole che hanno nomi sempre più suggestivi, tirate a lucido come i vicini vigneti.
Ci si rende conto che, slogan a parte, questo nostro lembo di terra è sempre più caratterizzato dalla vite e dal suo indotto. Va molto bene, è come aver trovato, finalmente, la propria identità dopo un sonno decennale, come essere usciti dal coma e aver visto riflesso nello specchio della propria anima, un grappolo d’uva, una bottiglia, un bicchiere.
Ora è necessaria una premessa. Da sempre siamo stati sostenitori del vino sfuso sulle tavole della Liguria. Ogni volta ci si provava e ogni volta era buono, senza punte di eccellenza ma dignitoso. Sicché, che si fosse a Ponente o a Levante, il quartino di bianco “della casa” era abitudine irrinunciabile: oltre alla piacevolezza, aveva il pregio di innescare la discussione su come fosse possibile ricavarlo da una terra così risicata e in così vaste quantità. Fino a quando, domanda dopo domanda, abbiamo appreso, con malcelato stupore, che il vino “della casa” ligure, quasi sempre è uno Chardonnay prodotto dagli amici in Oltrepò. Niente di cui meravigliarsi, dopotutto, è risaputo che persino Berlucchi ha un centro di pressatura a Casteggio, e lo spumante si fregia di essere un Franciacorta…
A meravigliare è stata la sorpresa in Valle Coppa. Decisi a mescolarci agli avventori estivi di uno dei posti più popolari e frequentati per pizze, “pesce”, verdure e quant’altro, d’istinto abbiamo scelto il vino “della casa” che offre sempre la possibilità di essere consumato nella giusta dose e che, sicuramente, in un posto simile, frequentato da contadini e imbottigliatori, circondato da sempre più vigne e meno boschi, sarebbe stato buono, senza punte d’eccellenza ma dignitoso.
E qui è cascato l’asino. Cioè, qui sono cascati gli attributi più intimi del mio compagno di tavola e i miei, metaforici (ogni donna li ha, sempre pronti a cadere…). Era un vinaccio veramente pessimo. Imbevibile. Di quelli che sembrano la bibita americana ma decolorata. E così tanta era la delusione che, improvvisamente, ho cominciato a vedere tutti con gli occhi dell’intolleranza. I contadini mi sembravano bifolchi incapaci persino di pretendere un vino decente, là dove loro lo producono, le loro signore erano orribili con le ciabatte penzolanti sotto i tavoli e i piedi nudi. “Sei snob”, mi è stato detto. No, questa è l’immagine che diamo agli ipotetici visitatori. E da questo spazio mi sento di lanciare un appello: fate in modo che il vino della casa, in Oltrepò, sia sempre buono. Sulle bottiglie non si discute, ma la carta d’identità di un luogo parte dal basso. Sarebbe bello se il milanese, o il ligure, che arriva anche solo per una focaccia all’ora dell’aperitivo, potesse bere vino buono come peculiarità del posto. Ovunque e sempre.
Sarebbe bello, anche, se le signore non andassero a cena in ciabatte.


bello! dovrebbero leggerlo gli interessati... :(
RispondiEliminarosita