lunedì 15 agosto 2011

Treni

I treni che guardavo di notte, scorrere nella campagna, coi finestrini illuminati e dietro tante piccole teste tonde, hanno cessato di esistere. Ovvero, ancora scivolano nella sera, ma io non sono lì a guardarli e se accidentalmente capita di vederne uno non mi pone più le ataviche domande “dove vanno, a cosa pensano, qual è l’attesa che li anima...”.

In queste ultime settimane si è fatto un gran parlare di treni. Uno spot pubblicitario promuove la gran velocità, poi ci sono stati i servizi sui pendolari del mare, e li hanno pure intervistati. Persone che non possono permettersi la vacanza in residence o albergo e che, come i lavoratori Voghera-Milano-Voghera, ogni giorno prendono il treno per la spiaggia più vicina e la sera viaggiano nella direzione opposta. Qualcuno mi ha raccontato delle frotte di giovani donne, di colore o dell’Est, che, soprattutto verso la fine della settimana, riempiono le vetture da Genova verso Milano, alcune scendono a Voghera, perché no, la storia è dalla loro parte. In treno mangiano, discutono nelle loro lingue incomprensibili, si laccano le unghie, si danno un’aggiustata ai capelli, e chissà dove hanno messo i sogni infranti.

Il treno che ho visto ieri, era pronto a partire per Lourdes. La stazione pullulava di crocerossine, volontarie, medici e infermieri, come per una gran festa. Loro, gli ammalati, erano già sistemati ai loro posti, ognuno nel cuore una speranza, una preghiera e nel fisico una sofferenza. C’è chi afferma che da Lourdes si torna comunque guariti, fosse anche solo per quel poco di forza che si ottiene nel confrontarsi con migliaia di altri sofferenti, fosse anche solo per la magia che, dicono, aleggia intorno alla grotta, per il silenzio nonostante la folla immensa, per l’interiorità che prende il sopravvento sul disagio del corpo.

Ho smesso di guardare affascinata i treni da quando ho percepito che, più che sogni, gioie, attese, trasportano il malessere, la terza classe della società. Chi va a raggiungere un amore, i nipoti, un’idea, il futuro, non prende il treno. Vola. Sulle ali dell’entusiasmo e sugli aerei, in vacanza ci va in auto. Almeno finché la penuria motoristica dell’Italia che si sta disegnando, senza soldi per la benzina, non invertirà la tendenza. Ma sarà un aggiungere disperazione a disperazione, ognuno a rivendicare il proprio posto vicino al finestrino, e speriamo che i treni li puliscano, che non abbiano le pulci sui sedili, i finestrini bloccati e l’aria condizionata non funzionante.
Ho smesso di guardare i treni con gli occhi della poesia e penso che forse, quello diretto a Lourdes, sarà giunto a destinazione da qualche ora, ognuno avrà cominciato a fare la propria parte, gli assistenti ad assistere, i medici a controllare, gli ammalati a pregare e sperare.


Umberto Boccioni - Gli addii - Stati d'animo II (1911)



I finestrini dei treni fotografati da Cavagna negli anni ’50, mostrano bambini diretti verso la colonia. Tutt’altro che contenti. Sembrano esprimere, coi visini contriti e gli occhi tristi, più che la gioia della meta, il dolore del distacco. Un altro modo d’intendere la vacanza. Un altro modo d’intendere il treno. E forse, mi dico, non c’è mai stato nulla d’affascinante da vedere.








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