giovedì 13 ottobre 2011

Il bollito di Pigi e altre stregonerie

Un giovanissimo cuoco ha servito piatti della tradizione, d’impronta indubbiamente autunnale, presentati come quadri d’autore. Di quel genere che mangi prima con gli occhi e quasi ti dispiace rovinare con la posata, ma quando lo fai sei contento. Un cuoco artista? Di più, un cuoco mago. Da quando, non so bene per quale caso oscuro della vita, sono inciampata nella cucina di Harry Potter, mi rendo conto di quanto è labile il filo che separa il regno dei babbani (umani) da quello dei maghi. Almeno, nel campo delle ricette. E, improvvisamente, mi si chiariscono molte cose. Ad esempio, il caffelatte della mia mamma. Lasciato il nido famigliare, dopo svariati tentativi, ho rinunciato a ripeterne la mistura e a colazione mangio altro. Un po’ più di latte e meno caffé, un po’ meno zucchero… e via dicendo, cambiando ogni mattina le proporzioni, fino a rinunciarvi definitivamente. Da più di trent’anni non mi preparo un caffelatte, avendolo relegato nel mondo dei ricordi e delle cose impossibili.

Come faceva la mia mamma ad ottenere ogni mattina la stessa bevanda calibrata “ad occhio”, sempre uguale a se stessa e che avrei riconosciuto fra mille? Banale pensare che fosse il sentirmi figlia e accudita, a renderla così speciale. Roba da strizzacervelli da strapazzo. La realtà è un’altra e ora mi appare in tutta la sua chiarezza: la mia mamma nel preparare il caffelatte mattutino, ci metteva la sua magia. E ripensandoci, sono altre le combinazioni ai fornelli alle quali ho rinunciato per sempre, frutto di una lotta ad armi impari.

La stessa cosa dev’essere successa a Silvana quando, mi dicono, da bambina prendeva il latte in casa e anche il pentolino e andava a scaldarlo e berlo dalla nonna perché là era sempre più buono. Altro che bizzarria, ragazzi miei, il problema era serio. La nonna, ora lo so, avrà avuto confidenza con le abitanti di Hogwarts e, senza mai esagerare in effetti speciali, come si addice ad ogni buona maga, avrà utilizzato appena un pizzico di sapienza per rendere inimitabile il latte gustato nella sua cucina.

Mi spiego anche perché le mie amiche, da anni, dichiarano di non essere mai riuscite ad ottenere la torta di carote come la mia. Ricetta alla mano, ingredienti pesati, forno preriscaldato, tempo di cottura identico, risultato diverso. “La mia era troppo floscia”, “La mia bagnata”, ognuna con le proprie lamentele e insoddisfazioni, tanto che, il dubbio era lecito, pensavo avessero trovato il modo per far sì che fossi sempre io a prepararla. Malfidenze del mondo gabbano…

Ora comincio a credere che, davvero, la torta di carote che preparo non abbia uguali, al pari del caffelatte della mia mamma, del latte nella cucina della nonna di Silvana, delle polpette della zia Ida, del bollito di Pigi… Figli d’arte, abbiamo ereditato la magia necessaria e, nascoste le bacchette, fingiamo di stupirci.

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