sabato 8 ottobre 2011

Il lembo della tovaglia

In questi weekend, spesso e ovunque, si va per castagne. Nel senso che si va alle sagre delle castagne, a perdersi nella folla immersa nel profumo dei “bastarnà” e delle schite, sullo sfondo di musiche da osteria. È un rito che si ripete da anni e sembra segnare l’inizio della nuova stagione. Come fosse la rievocazione storica di un mondo ormai perduto, dove i figuranti vestono grembiuli da cucina, mani esperte a maneggiare farina, castagne incise ad arte, a rappresentare gesti che vanno allontanandosi nella memoria. Più dei cortei storici con cortigiani, duchi e madame, possono queste rappresentazioni del mondo contadino, delle cucine delle nostre nonne, perché è una memoria collettiva, che appartiene non al regno dei libri ma al nostro vissuto. Mi chiedo, ogni volta, come i bambini, portati in spalla, tenuti per mano, spinti su passeggini, recepiscano la festa. Resterà nei loro ricordi?


Diverso è per chi non ha più quindici anni. Un rivolo di fumo, un profumo, un colore, un accento di dialetto, possono riaccendere il ricordo, fino alla commozione, fino a far male, nell’inseguire visi e voci che non ci sono più.

Il proliferare delle sagre, in ogni regione, racconta di noi e della nostra epoca. Alla razionale idea di mantenere in vita, almeno per qualche giorno all’anno, piccoli centri in dissolvenza, si mescola il più profondo bisogno di non lasciarsi sfuggire l’identità, di rinnovare le atmosfere che furono autentiche e che si ripetono per parodia.

Se settembre era il tempo di migrare, possiamo affermare a ragion veduta, che ottobre è il mese di ricordare, più di quanto può novembre, con l’arcaica commemorazione dei defunti. A ottobre commemoriamo tutto un mondo, con le sue case e le sue cucine, gli orti con l’albero delle mele, le cantine odorose di mosto.

Il ricordo come evento di massa: chissà cosa ne pensano i sociologi. Rivedo la mia immagine del primo giorno di scuola, attaccata alla gonna della mamma che per nulla avrei lasciato, data l’incertezza di ciò che andavo trovando. Così siamo tutti. Una società che non vede chiarezza nel futuro, attaccata al lembo della tovaglia, per avere l’illusione di poter tornare indietro o, almeno, di rimanere lì per sempre.

Generazioni allo sbando tra la necessità di “navigare” in internet e quella di sapere chi si è. Allora si recupera il peperone a Voghera e il Bruzzu nell’alta valle del Tanaro. Si recuperano un sacco di sapori per fermarli ancora un poco nel nostro presente, per mantenere vitali i paesini più ameni. Sperando che questa dei sapori sia la strada giusta.

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