Dicevano che almeno una volta ci devi andare. Se ami i vini e bazzichi nell’ambiente, non puoi perderti il Merano Wine Festival, fiera dell’eccellenza vinicola. Sicché ci siamo organizzati e, nonostante le pessime previsioni metereologiche, abbiamo viaggiato alla volta del Südtirol, tradotto in Alto Adige, e già questa quisquilia puramente letteraria, ci ha tenuto compagnia durante il viaggio, come dire guardare lo stesso punto da una diversa angolazione, come dire che tutti stiamo al sud di qualcosa o di qualcuno...
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| Fiume Passirio |
Strada facendo, ci stupivano le tante zone vitate e i boschi di pini e larici, quest’ultimi che, ingialliti, sembravano fiammelle accese: una bella illusione ottica. Ma, bando alle ciance e all’impressione pregnante di trovarsi in un mondo “altro” rispetto all’Italia, quasi fosse un luogo della mente, sospeso tra altri luoghi, di buon passo ci siamo diretti verso il Kurhaus, l’edificio d’inizio Novecento che ospita la manifestazione. Un bell’edificio. Elegante, affrescato, di ritmo architettonico squisitamente Liberty. Se una critica si può muovere riguarda le dimensioni, ormai troppo ridotte per un evento simile. Spesso è stato difficile sostare davanti ai banchi d’assaggio, spintonati dalla calca degli avventori, a scapito dei vini e dei suoi produttori. Peggio è stato per “Culinaria”, la parte delle eccellenze gastronomiche, molto calda, affollata, davvero poco fluida nella fruizione.
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| Il Kursaal |
I vini? Tanti, ovviamente. E, imponendoci la scelta, ci siamo dedicati principalmente alle bollicine. È di questa mia insana passione che voglio sapere di più. Prima di addentrarci nella sala Ohmann per capire ciò che fanno “gli altri”, una piccola incursione in Friuli, al banco di Torre Rosazza, per l’assaggio di un Friulano (Friulano 100%) e un Ronco di Masiero, ottenuto dall’uvaggio di Pinot Bianco, Sauvignon e Piccolit. Assente il metodo classico ottenuto da Schioppettino che ci ha lasciato una strisciante, irrisolta, curiosità.
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| Assaggio di Ronco Masiero di Torre Rosazza (Friuli) |
Tra gli Champagne, per pura informazione didattica, abbiamo fatto strage d’assaggi. Una “faticaccia” che non ha portato nuove consapevolezze ma solo conferme: noi gente d’Oltrepò abbiamo educato le nostre papille e i sensi tutti, allo spessore, all’austerità, all’eleganza del Pinot Nero. Abbiamo prediletto, dunque, gli Champagne blanc de noir o quelli nei quali la percentuale di Pinot nero era più alta. Qualche esempio? Paul Bara, Duval Leroy e il Rosé André Jacquart et Fils... ma sarebbero molti altri i nomi di bollicine che ci hanno convinto e rallegrati anche nel confronto con “i nostri”. Confronto sicuramente alla pari.
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| La sala Ohmann |
Il Pinot nero in rosso, lo abbiamo degustato da un produttore neozelandese, di origini padovane.
Ram’s Hill e Mount Nelson, entrambi 2010, stesso clone coltivato a qualche chilometro di distanza, per risultati diversissimi.
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| Alessandro Scorsone, coordinatore del Lazio per la guida ViniBuoni elogia il Brut di Monsupello |
Non sono mancate le curiosità, ovviamente. Quella più intrigante, a mio parere, era il vaso di terra dei propri vigneti che ogni produttore esponeva insieme ai vini. Quella più Kitsch, le bottiglie tempestate di swarovski della toscana azienda Diadema. Quella più esosa, sempre in Toscana, della titolare d’azienda convinta d’essere discendente di Monna Lisa, con tanto di articolo su riviste che affiancano il suo ritratto a quello della presunta ava...
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| La Rotonda |






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