In questi giorni sospesi, tra una festa e l’altra, se il tempo tiene, consiglio una visita a Pentema, in val Pentemina, sulle pendici dell’Antola. Oltre alla possibilità di smaltire qualche eccesso a tavola, consente l’immersione in un mondo “selvaggio” e pressoché incontaminato ammaliante nelle luci e nei colori cangianti di ogni ora ed ogni stagione, nelle praterie smaltate di fiori bianchi in primavera, nelle sfumature rosse e arancio d’autunno, come il velluto di un manto veneziano. Ogni anno, di questi tempi, è allestito l’ormai tradizionale “Presepe di Pentema”, qualcosa che è più di un presepe. È l’ambientazione della vita ottocentesca nelle umili stanze, nelle cantine e nelle stalle del paese. Le pietre delle case, i ciottoli dei vicoli e delle gradinate, i bugigattoli e gli anfratti, parlano la lingua sapida e arguta di gente abituata a trarsi d’impaccio contando solo sulle proprie forze, gente di montagna, temprata da nevi e da venti, da sentieri impervi e da un’agricoltura tutt’altro che agevole. A questa gente, le cui sagome sono ricostruite a misura umana, è dedicato il percorso nel paese. Un percorso che ha il pregio di annullare il tempo, di confondere le menti, tanto che, al visitatore più ricettivo e sensibile, può succedere di non capire più in quale epoca stia vivendo.
Da qualche anno Pentema si è arricchito del museo “Cà da Sitta”. Memoria, sacrario, di tanta fatica e di una civiltà da far conoscere alle generazioni attuali e a quelle future, la Cà da Sitta è tutt’altro che un semplice e freddo spazio museale. Era una casa abitata da Sitta, ultima proprietaria che qui viveva con la mamma sino agli anni immediatamente dopo l' ultima guerra. Alcuni abitanti ricordano ancora queste due donne, molto povere, che, animate da un’insaziabile voglia di conoscere e apprendere, leggevano con costanza i pochi libri e i giornali a disposizione in paese. Dopo la morte della mamma, la Sitta ha continuato ad occupare l'edificio, che si trova proprio in centro al paese, sino agli anni '50. Con la sua scomparsa, la casa ha subito la sorte comune a tante altre della vallata: abbandonata, negli anni '70 si presentava in completo sfacelo e con prospettive poco incoraggianti per la sua stabilità. Grazie ad un accordo fra l' Associazione G.R.S. Amici di Pentema e gli ultimi proprietari, si è potuto salvaguardare la costruzione da un definitivo degrado, intervenendo con i pochi fondi a disposizione per la messa in sicurezza e successivamente, con l' aiuto della Provincia di Genova, è stato possibile completare i lavori.
Buona parte delle suppellettili e attrezzi conservati nella casa sono originali, appartenuti alla Sitta: nulla è stato asportato nel corso degli anni, semmai sono stati aggiunti alcuni arredi forniti da varie persone.
Un recipiente per il trasporto del latte custodito nella stalla e una zangola per il burro che trova spazio nell’angusta cucina insieme a molti altri utensili, rimandano all’arte casalinga di fare il burro e il formaggio, un’arte tramandata da madre in figlia, in ogni famiglia. E poi, la semplice piattaia, il secchio in rame per attingere l'acqua alla fontana, la pentola con bordo in terracotta per essere utilizzata nella stufa, i macinacaffè, restituiscono la pochezza degli averi e l’essenzialità di arredi poveri e indispensabili, in ambienti piccoli, come case di bambole, perché fosse possibile riscaldarli nei lunghi e gelidi inverni.
La casa di Sitta era, in fondo, una casa tipica, costituita da una stalla e, al piano alzato, una cucina e una camera da letto. La scala che permette di accedere al piano sottotetto è stata aggiunta durante i lavori di restauro per ricavare uno spazio “didattico-divulgativo”. Davvero è qualcosa di più la Cà da Sitta, oltre agli oggetti esposti, sembra vi sia rimasta imprigionata l’atmosfera del tempo che racconta.




Ottimo consiglio. Ti consiglio vivamente il libro di Franco Arminio "Oratorio Bizantino": lui si definisce "paesologo". Anche tu lo sei.
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